“Febbri emorragiche, come Ebola, febbre della Rift Valley, Dengue: supportare i governi locali nel monitoraggio e nel controllo dei casi. E’ questo il modo per ridurre il potenziale rischio della globalizzazione delle epidemie di malattie infettive emergenti”.
Ad affermarlo il dottor Odong Emintone Ayella, direttore sanitario del St. Mary’s Lacor di Gulu, Uganda, tra i poli ospedalieri non profit più all’avanguardia dell’Africa dell’Est, che nel Duemila ha affrontato la maggiore epidemia di Ebola che l’Uganda abbia mai avuto.
Fondato dai missionari comboniani nel 1959 a Gulu, il Lacor ha curato oltre cinque milioni di pazienti dal 1988. I suoi dipendenti, direzione inclusa, sono tutti africani.
Il dottor Odong, giunto in Italia il 30 giugno per rimanervi fino al 5 agosto nell’ottica di uno scambio con l’ospedale di Bolzano, parla del rischio di casi importati e, mentre Ebola sfugge dal controllo sanitario in Guinea, Sierra Leone e Liberia, di come la comunità internazionale debba supportare la sorveglianza locale.
Il 2 e il 3 luglio, in Ghana, l’Organizzazione Mondiale della Sanità si e riunita per fare il punto con i ministri della Sanità e i rappresentanti di undici paesi per discutere come risolvere la crisi e sviluppare una risposta globale.
Afferma provocatoriamente il dottor Odong: “sono entrato in Italia e mi muovo liberamente, sono sano, ma chi può esserne certo?”. In Africa, da gennaio ad aprile 2014, si sono susseguiti focolai di Colera, Ebola e febbre Dengue (fonte www.afro.who.int).
“Il rischio di contagio esiste e può dilagare rapidamente. I mezzi di trasporto hanno accorciato le distanze: un volo dall’Africa può durare otto ore. Un malato di Ebola o malattie infettive simili può salire sano su un aereo e svilupparne i sintomi dopo poche ore o pochi giorni”. E continua: “quello che qui può accadere prendendo un aereo o scendendo da una nave, in Africa succede con i trasferimenti, molto frequenti e spesso senza controlli, tra una frontiera e l’altra”.
Il dottor Odong commenta così le notizie che si sono inseguite nelle ultime ore seminando panico ingiustificato nel timore che un giovane sbarcato sulle coste della Sicilia avesse il vaiolo delle scimmie, poi risultato una banale varicella. “Il vaiolo è stato eradicato a livello mondiale e per quello portato dalle scimmie non ci sono casi in Uganda e il problema è minimo in tutta l’Africa.
In ogni caso ritengo che il rischio di importare malattie sia reale e che la quarantena non possa essere garantita. La sfida per la scienza oggi, è riconoscere la malattia quando è ancora asintomatica, identificare un caso quando sta appena iniziando a rivelarsi”.
Mentre si rincorrono gli allarmi su presunti casi di malattie infettive debellate o sconosciute in Occidente, l’attenzione va puntata sull’epidemia di Ebola che si sta diffondendo in Guinea, Liberia e Sierra Leone dove, al 30 giugno, erano 467 i decessi per il virus (fonte: www.who.int).
Sottolinea Odong: “c’è stato un ritardo nel riconoscere l’epidemia e nel chiedere aiuto. Più si tarda nel segnalare il problema e più sarà difficile gestirlo in seguito perché dilaga in modo esponenziale. Basti pensare che per limitare il contagio occorre rintracciare tutti i contatti avuti da un paziente e tenerli in isolamento per tre settimane, periodo di incubazione della malattia”.
“Il problema”, continua il direttore sanitario del Lacor Hospital, “è che nella seconda fase, quando la malattia inizia a manifestarsi e diventa infettiva, i primi sintomi assomigliano a quelli della malaria, ma è un virus altamente contagioso che si trasmette attraverso contatto diretto con fluidi corporei (specialmente sangue, saliva e anche attraverso tosse e starnuti), e c’è bisogno di molto materiale di protezione per gestirla. Non c’è cura, si può solo cercare di alleviare i sintomi. Molti, inoltre, si accorgono di non star bene, ma non lo denunciano per paura di essere isolati, morire soli ed essere seppelliti senza la famiglia vicino”.
Per affrontare l’emergenza e arginarla, l’OMS porta i suoi esperti e materiale di protezione per gli operatori sanitari, ma anche strategie.
Potrebbe fare da modello il sistema messo a punto dal Lacor dopo la sua esperienza con Ebola. Nel 2000 il Lacor aveva perso a causa dell’Ebola tredici operatori sanitari, tra cui l’amato Matthew Lukwiya, allora direttore sanitario, che intervenne subito e arginò il contagio con una squadra di volontari. “Non sapevamo ancora come agire tempestivamente e non avevamo un efficiente sistema di sorveglianza locale, ma abbiamo imparato dall’epidemia del Duemila”, afferma il dottor Odong. “Esemplare il caso del 2010, quando la rapidità d’azione ha permesso di isolare subito il virus. Solo una ragazza è stata contagiata”.
Spiega ancora il direttore sanitario del Lacor Hospital, in visita in Italia: “ogni paese dovrebbe avere un alto livello di sorveglianza a livello di comunità in modo da segnalare ogni singolo caso sospetto. Devono esserci persone incaricate di sorvegliare, osservare e segnalare i casi. In Uganda ci sono gli health team di villaggio, persone comuni, istruite e formate, incaricate di osservare e segnalare all’Health center di riferimento ogni caso sospetto di malattia strana o diversa dal solito, oppure decesso improvviso non spiegabile. Quando siamo stati travolti da Ebola nel 2000 questo sistema non esisteva, è stato sviluppato in seguito: è per questo che l’epidemia era dilagata così tanto. È quello che sta accadendo in Sierra Leone, Guinea e Liberia. Dovremmo unire gli sforzi a livello internazionale, moltiplicare l’attenzione.
Intorno al Lacor c’è un sistema di riferimento continuo e capillare: il referente del villaggio interagisce con i nostri health team, i quali a loro volta interagiscono con i nostri centri periferici e con l’ospedale”.
Forte della sua esperienza nel contenere e trattare le malattie infettive, il Lacor è una realtà autonoma, finanziata solo per il 9 per cento dal governo ugandese, che lavora in sinergia con il Ministero della salute ugandese.
Ha una scuola di formazione interna fortemente voluta dai suoi fondatori, Piero e Lucille Corti, che hanno creduto nella necessità di costruire in loco le competenze necessarie all’ospedale.
Oggi ci sono 372 studenti residenti nelle scuole per infermieri, assistenti di laboratorio e ostetriche e il Lacor Hospital è polo universitario dell’Università di Medicina dell’Università Statale di Gulu.
Riconoscere e contenere malattie infettive agli stadi iniziali è parte integrante della formazione del personale sanitario.
Il dottor Odong è giunto in Italia insieme a Joyce Okwaramoi, infermiera ostetrica e caposala responsabile delle sale operatorie. Sarà a Bolzano ospite del professor Armin Pycha, urologo, che a sua volta è spesso al Lacor in un’ottica di scambio di esperienze, assistenza tecnica e consulenza. A Bolzano il dottor Odong, che è ginecologo, conta di fare pratica di interventi in laparoscopia per introdurla, in futuro, a Gulu.
Per informazioni:
www.fondazionecorti.it