Per controllare meglio il Lupus Eritematoso Sistemico (LES), adesso c’è un’arma in più: si chiama belimumab ed è un regolatore che controlla la sopravvivenza dei linfociti implicati nella potente reazione autoimmune, che dà origine alle diverse lesioni ad organi e tessuti della malattia. Belimumab opera più o meno come un “controllore di volo” regolando il ciclo fisiologico di vita dei linfociti. E’ la prima volta dopo cinquant’anni che specialisti e pazienti hanno un farmaco studiato e sviluppato espressamente per la cura di questa malattia nelle forme moderate e gravi.
Il lupus è una malattia che, come poche altre, può dare manifestazioni a carico di qualsiasi organo o apparato. Questa affermazione va però interpretata in modo corretto. Infatti, anche se effettivamente il LES può dare numerosi quadri clinici, vi sono alcune manifestazioni che per frequenza e/o importanza vanno considerate particolarmente caratteristiche della malattia. Tra queste vi sono le manifestazioni cutanee, come gli eritemi, l’artrite, le sierositi (pleurite e pericardite), le alterazioni renali e per finire le alterazioni ematologiche.
Colpisce soprattutto le donne giovani, in un rapporto di 9 a 1 rispetto agli uomini. In genere la malattia esordisce tra i 15 e i 40 anni, nel pieno cioè della vita lavorativa e affettiva, della programmazione e delle scelte. In Italia si calcola ne soffrano 30.000 persone.
Se per le forme più avanzate si apre quindi una nuova opportunità di cura, molto è ancora da fare nel campo dell’informazione sulla malattia, a partire dalla diagnosi. “Uno dei problemi principali – spiega Pierluigi Meroni, direttore del dipartimento di reumatologia dell’Istituto Gaetano Pini di Milano – è legato al ritardo diagnostico, che mediamente è di circa un anno dall’insorgenza della malattia, a causa dell’assenza di sintomi specifici. Nella maggior parte ci si affida al quadro clinico e a test di laboratorio, quali la ricerca di autoanticorpi, per i quali vi sono ancora problemi di standardizzazione ed interpretazione. Nonostante ciò, nell’ultimo decennio la prognosi è notevolmente migliorata, garantendo una sopravvivenza al 95% a 5 anni dalla diagnosi. Così come sono diminuite anche le complicanze legate alla fase acuta iniziale e a processi infettivi conseguenti alle terapie immunosoppressive. Oggi – continua il direttore del dipartimento di reumatologia del Pini – abbiamo meno paura della malattia nella fase acuta, perché siamo in grado di tenerla sotto controllo. L’obiettivo attuale è trovare un buon equilibrio tra il mantenimento in remissione della malattia e la somministrazione di farmaci, per evitare di andare ad aggravare le comorbidità legate al LES”.

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